“Essere virile? Significa essere duro, freddo”. “Vuol dire sapersi far valere, comportarsi da vero uomo”. “Significa non farsi coinvolgere emotivamente”. “Essere uomo, non una femminuccia”. La calligrafia è incerta. Le parole, scritte a penna, sono sgraziate eppure reali: femminuccia, maschione, donnaiolo.
Sembrano messaggi in bottiglia lanciati dal secolo scorso e finiti a riva con i relitti di tutti gli stereotipi di genere sull’essere uomini – i ragazzi non piangono, comportati da uomo, devi essere forte – e invece sono i termini con cui 1000 studenti delle scuole superiori di Imola raccontano se stessi attraverso risposte anonime a cinque domande su virilità, sesso, pornografia, aggressività fisica e violenza sulle donne.
Boys don’t cry
L’eco delle parole con cui generazioni di padri, allenatori e maestri hanno educato i giovani maschi arrivano fin qui.
“La paura di essere considerari deboli, comincia nella prima infanzia” spiega nel documentario il sociologo Michael Kimmel, fondatore della rivista Men and masculinities, sottolineando come la definizione della mascolinità si giochi – come nelle frasi dei ragazzi di Imola – sull’opposizione all’essere femminile, debole.
Giovani uomini al buio



