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Dove stiamo andando? È una domanda retorica, carica di sgomento, eppure precisa come una diagnosi. Un uomo di 47 anni perde la vita davanti al figlio di undici anni per aver chiesto a un gruppo di ragazzi ubriachi di non lanciare bottiglie. Un gesto di quelli che una volta si chiamavano buon senso, si trasforma per lui in un atto fatale. E mentre la notizia rimbalza sui social, quella domanda che ci facciamo sempre più spesso, ‘dove stiamo andando?’, ci accompagna nelle riflessioni e soprattutto nella vita quotidiana. Non si rivolge solo ai giovani aggressori. Si rivolge a tutti noi.

Perché il problema non è soltanto la violenza in sé. Il problema è ciò che accade dentro di noi quando la apprendiamo. È quella crepa silenziosa che si apre dentro di noi e che intacca la fiducia di muoversi in una società sempre meno comunitaria. Ci sentiremo sicuri di muoverci solo nelle comunità online? Il problema è ben più grave di quello che si possa pensare. Questi episodi così determinanti diventano i momenti in cui il cervello registra, archivia e decide: la prossima volta, meglio non intervenire. Il cervello basa le proprie scelte e decisioni future sull’esperienza passata, su ciò che ha vissuto, conosciuto e catalogato. Quanto tutto questo impatta sulle nostre vite? Il cervello umano si sviluppa dentro le relazioni, non in isolamento. La mente emerge dall’interazione tra processi neurobiologici e relazioni interpersonali che non finisce nell’infanzia, ma dura tutta la vita.

Ciò significa che ogni relazione, ogni parola, ogni sguardo, ogni gesto di cura o di violenza, plasma la struttura del cervello. Ecco perché parliamo di impatto sul nostro cervello, sul nostro sviluppo, sulle nostre vite. L’impatto è anche strutturale, non solo emotivo. Le esperienze relazionali modificano le connessioni sinaptiche, influenzano il funzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, regolano (o disregolano) il sistema nervoso.

 

Una società si dovrebbe basare sul rispetto delle norme minime di convivenza, la fiducia che un atto di responsabilità collettiva non ti costi la vita. Quando questo patto si spezza, non si spezza solo per chi subisce la violenza. Si spezza per chi legge la notizia, per chi la commenta, per chi da quel giorno cammina per strada con un occhio in più sulle spalle.

 

Non è paura irrazionale. È il cervello che fa esattamente il suo lavoro, lui è programmato per imparare dall’ambiente per sopravvivere. Sapendo che “parlare” può costare la vita, il nostro cervello ci spingerà istintivamente verso l’evitamento (girare la testa dall’altra parte) per proteggerci.

La paura espressa nella domanda ‘dove stiamo andando?’, così lacerante, ha una precisa base biologica, emotiva e sociale. Quando il nostro cervello apprende, attraverso le notizie, che un’azione prosociale pacifica, un gesto di educazione di base, può sfociare nella morte, l’amigdala registra questa informazione come vitale per la sopravvivenza. Si innesca un meccanismo di condizionamento alla paura che non chiede il nostro permesso.

La prossima volta che siamo in una situazione simile, il sistema nervoso autonomo attiverà automaticamente risposte di evitamento o paralisi. Non perché siamo vigliacchi, ma perché abbiamo un cervello che impara dall’esperienza, anche dall’esperienza vicaria, quella vissuta attraverso le storie degli altri.

Il rischio sociale è enorme. Il susseguirsi di queste notizie amplifica questa paura e questa condizione di rischio percepito. Inseriamo tutto questo anche in un contesto in cui il livello di allerta, sempre più spesso di allarme, è già alto per via anche di tutto quello che sta accadendo a livello nazionale ed internazionale: capite che il livello di percezione cambia e il livello di tolleranza pure. Analizziamo anche troppo poco l’impatto della frequenza e della narrazione di questi episodi. Il ‘come’ vengono raccontati cambia in alcuni casi anche completamente l’effetto. Si cerca l’allarmismo sempre più spesso, il sensazionalismo a discapito delle reazioni non salutari umane.

Notizie di questo tipo, per quanto reali e importanti, amplificano la percezione del rischio oltre la statistica reale. L’amigdala non distingue tra frequenza e intensità di un evento. Risultato: paura sovradimensionata rispetto alla probabilità effettiva.

Una comunità in cui intervenire è percepito come pericoloso è una comunità che si desertifica lentamente dall’interno con sempre più frequenti piccole rinunce quotidiane: lo sguardo abbassato, il passo accelerato, il silenzio scelto per calcolo di sopravvivenza invece che per indifferenza.

Vivere gli spazi pubblici con il costante timore di guardare qualcuno nel modo sbagliato, di dire una parola di troppo, di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta permanente. È uno stato ansioso e di stress cronico diffuso che, a lungo andare, compromette la salute mentale collettiva e quella individuale. Questo stato di paura e di allerta rischia di farci vivere con il motore accelerato che impatta anche sul nostro stato di salute rischiando di trasformarsi in una condizione cronica. Si rischia di avere livelli più alti di citochine infiammatorie che vanno a intaccare, insieme ovviamente all’interazione di tanti altri fattori, la condizione di ben-essere. Camminare per strada con il timore di “guardare qualcuno nel modo sbagliato” mantiene il nostro sistema nervoso in un lieve ma costante stato di allarme (iperarousal). Questo stress cronico logora la salute mentale, aumenta l’ansia sociale e distrugge il senso di comunità, già particolarmente labile.

Il cortisolo cronicamente elevato deteriora la memoria, abbassa la soglia di irritabilità, riduce la capacità empatica. Una società stressata è una società che empatizza meno, che collabora meno, che si fida meno. In una fase storica in cui stiamo vivendo un processo di atrofizzazione cognitiva in cui il pensiero critico viene sempre meno perché non si capisce l’importanza dell’allenamento neuromentale, si passa sempre più all’essere guidati dalle azioni.

Attenzione, non è un problema astratto, è quel tessuto quotidiano della nostra vita che si assottiglia ogni volta che una notizia come questa ci raggiunge e ci lascia con quella domanda senza risposta: è sicuro essere umani e, soprattutto, è sicuro essere umano nello spazio pubblico condiviso?

Se il nostro cervello ci segnala che l’ambiente circostante è imprevedibile e letale, l’empatia viene soppressa in favore dell’autoconservazione.

Da dove ricominciare (o cominciare in troppi casi)

Se il cervello umano si plasma attraverso le relazioni, allora le relazioni, o meglio, le interazioni umane, sono anche il luogo della riparazione. La presenza di PERSONE capaci di contenere, di nominare le emozioni senza temerle, di offrire sicurezza senza negare la realtà: questo è ciò di cui abbiamo bisogno come progetto culturale collettivo.

Stiamo affrontando un’emergenza educativa e relazionale che richiede risposte concrete.

Parliamo di educazione nel vero senso della parola non solo nelle scuole. Parliamo di comunità che si riappropriano degli spazi comunitari, diffondiamo la giusta conoscenza perché più persone si conoscono, più è difficile che la violenza anonima proliferi. Parliamo di genitori che trovano il coraggio di stare e saper stare nel disagio dei figli invece di risolverlo in fretta. Parliamo di istituzioni che smettono di trattare il disagio giovanile come un problema di ordine pubblico e lo riconoscono per quello che è: un’emergenza educativa e relazionale che chiede risposte strutturali concrete.

Quella domanda potente, realista e preoccupante ‘dove stiamo andando?’, ha ancora una risposta aperta. Dipende da quello che facciamo adesso, con le nostre parole, con le nostre presenze, con la qualità della cura che siamo disposti a mettere in campo. Partiamo da qui, prima che sia sempre troppo tardi. Prima di continuare a vivere in rincorsa dei problemi e di mettere cerotti. Diventiamo il Paese del prima e non sempre del dopo.

di Maura Manca

 

L’immagine è stata generata con il supporto dell’intelligenza artificiale