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Un camp sportivo a giugno, un figlio che oscilla tra il “voglio andare” e il “non mi va e basta”, e dei genitori che non sanno se spronarlo o lasciarlo stare. Dietro questi dilemmi  non c’è un capriccio. C’è un cervello che sta imparando a decidere.

Quando “sì” e “no” convivono nella stessa giornata

C’è un camp di basket a giugno. Una settimana, lontano da casa. Vostro figlio, undici anni, ne parla con gli occhi che brillano: vuole andare, conta i giorni. Poi, la sera, qualcosa si spegne. “No, forse non mi va.” Gli chiedete il perché e ottenete un “non mi va e basta” che non spiega niente. Il giorno dopo ricomincia tutto da capo: l’entusiasmo, poi il dietrofront, poi una paura più precisa. “Ci saranno ragazzi più grandi, e se non sono al loro livello?”

E voi, intanto, andate in tilt. Ogni volta che lui cambia idea, dovete ricominciare da capo. Lo spingo? Lo lascio stare? Se insisto, lo sto forzando a fare qualcosa che non vuole. Se mollo, gli faccio perdere un’occasione che gli farebbe bene. È una sensazione frustrante, e la conoscono moltissimi genitori di preadolescenti.

Il “blocco” del ragazzo non è capriccio: è il suo cervello al lavoro

La prima cosa da dire, e da dire con chiarezza, è che quell’oscillazione non è un difetto del carattere di vostro figlio. È il segno che sta facendo esattamente ciò che deve fare alla sua età.

La preadolescenza è il momento in cui un ragazzo comincia a sperimentare la distanza da casa, a misurarsi con gruppi nuovi, a chiedersi chi è quando i genitori non ci sono.


Il camp racchiude tutte queste sfide insieme:

• Il distacco da ciò che è sicuro.
• Un ambiente sconosciuto da decodificare.

• Il confronto sociale. Quei “ragazzi più grandi” non sono solo compagni di squadra, sono uno specchio in cui lui teme di non essere all’altezza.


C’è anche un meccanismo molto concreto da capire.

Davanti a qualcosa che esce dalla routine, il cervello di un ragazzo non legge solo l’opportunità. Legge anche tutto ciò a cui dovrebbe rinunciare.

La settimana al camp diventa la settimana senza gli amici di sempre, senza le proprie abitudini, senza il divano di casa. La mente è programmata per pesare molto le perdite, e quella sensazione di “lasciare qualcosa” è proprio ciò che inchioda la decisione.

Non è pigrizia. È il modo in cui funzioniamo tutti.

L’ansia dei genitori: aspettative che pesano più di quanto sembri

Qui va detta una cosa scomoda, ma utile. Spesso, noi adulti, ci aspettiamo che un ragazzo abbia le idee chiare, che sappia cosa vuole con sicurezza e determinazione. È un’aspettativa che riversiamo sui figli quasi senza accorgercene, e che è profondamente irrealistica.

Vale la pena ribaltarla con una domanda onesta:

quanti adulti conoscete che, davanti a un bivio, decidono in modo rapido, sicuro e immediato? Pochissimi.

Eppure pretendiamo dai ragazzi una lucidità che noi stessi fatichiamo ad avere.

E c’è un motivo strutturale per cui loro fanno ancora più fatica: i ragazzi non sono allenati a decidere.

Nella maggior parte delle famiglie sono gli adulti a prendere le decisioni, sempre. Poi arriva il momento in cui chiediamo al figlio di scegliere da solo qualcosa di importante, e ci stupiamo che vada in difficoltà. Non c’è da stupirsi: semplicemente non ha avuto occasione di esercitarsi. Riconoscere questo cambia tutto. L’oscillazione di vostro figlio non è un problema da risolvere a forza. È un processo da accompagnare.

L’arte della negoziazione

“Devo spronarlo o lasciarlo stare?” La domanda, così posta, ha un difetto: presenta due strade come se fossero le uniche, e sono entrambe scivolose. Spronare con decisione rischia di trasformarsi in una forzatura che il ragazzo vivrà come “non si fidano di me”. Lasciar perdere al primo “non mi va” gli conferma che, davanti alla difficoltà, ci si ritira.

La via che funziona non sta in mezzo. È un’altra strada: la negoziazione.

Negoziare, qui, vuol dire tre cose concrete.

• Spiegare al ragazzo come funziona la sua testa. Ditegli, con parole semplici, che è normale sentirsi tirati da due parti, che il suo cervello sta dando peso a tutto quello a cui dovrebbe rinunciare, e che questa è una reazione che hanno tutti, anche gli adulti. Sapere di non essere “strani” toglie già metà del peso.
• Far vedere il guadagno. Il cervello vede la perdita da solo, benissimo. Il guadagno, invece, va mostrato. E qui le parole che usate fanno la differenza. Non “devi andare, ti farà bene”, ma raccontare cosa c’è dall’altra parte: il fatto che dura poco, una settimana passa in fretta, e che proprio il confronto con ragazzi più grandi è ciò che fa crescere più in fretta un giocatore. Come “vendete” la cosa conta quanto la cosa stessa.
• Accettare che decida con i suoi tempi, e non con i vostri. Allungare i tempi della scelta non è perdere tempo. È dare al ragazzo lo spazio per esercitare un muscolo, quello decisionale, che finora ha usato poco. L’unico modo per uscire dall’indecisione è agire. A un certo punto si prenota, e si fa. Non perché lui abbia smesso di avere dubbi, ma perché i dubbi si sciolgono dentro l’esperienza, non prima.

Un’ultima nota per i genitori. Concedetevi anche di divertirvi un po’, in questa trattativa.

Se la vivete come un braccio di ferro, diventa un braccio di ferro. Se la vivete come un percorso che fate insieme, vostro figlio impara la cosa più importante, e cioè che le decisioni si possono affrontare senza panico.

Restare nel “limbo” senza andare in pezzi

Se c’è un messaggio da portare a casa è questo: l’incertezza di vostro figlio non è un’emergenza. È una fase, ed è persino una buona notizia, perché significa che si sta misurando davvero con qualcosa che conta.

Il vostro compito non è eliminare i suoi dubbi prima della partenza. Non ci riuscireste, e non serve.

Il compito è restare accanto a lui mentre li attraversa: spiegare, mostrare i guadagni, dare tempo, e poi accompagnarlo al momento della scelta con fiducia.

Il “vado o non vado” non si risolve trovando la risposta perfetta. Si risolve facendo il passo, e scoprendo, una volta arrivati, che si era più capaci di quanto si pensasse.

 

di Chiara Antonini