La devianza giovanile sembra essere diventata una vera e propria emergenza sociale. Oggi ci troviamo con sempre maggiore frequenza davanti a gruppi di adolescenti che si uniscono e si strutturano con dei comportamenti devianti, sistematici e ripetitivi.
Quando ci troviamo di fronte a certe forme brutali di violenza, parliamo di ragazzi che non hanno sviluppato adeguatamente un senso morale, l’empatia e che non hanno una struttura di personalità tale da comprendere, ad esempio, il senso di una messa alla prova, che rischia di essere vista come un premio e non come una possibilità.
Messa alla prova sì o no?
Certamente ci sono alcune situazioni in cui possono aver senso delle condanne con la “messa alla prova” o comunque delle alternative al carcere, ma solo ed esclusivamente se ci sono determinate condizioni e se ci sono determinate strutture di personalità.
Sanzioni più dure? Sì, da un lato, ma senza rieducazione non servono veramente a niente.
Bisogna che la condanna vada di pari passo ad una rieducazione obbligatoria perché altrimenti, rimettiamo in libertà dei ragazzi che sono semplicemente più incattiviti di prima e che non hanno avuto una redenzione autonoma: per cui la sanzione sì, ma sempre affiancata dalla rieducazione.
Il fallimento della nostra società lo possiamo toccare con mano nella fallace politica di prevenzione della devianza minorile.
Nonostante siamo a conoscenza dei meccanismi con cui si manifesta la devianza, siamo in grado di tracciare traiettorie evolutive e di individuare le zone più a rischio sul territorio, continuiamo a leccarci le ferite.
La sanzione è uno degli strumenti, non è lo strumento! E’ fondamentale anche come messaggio educativo per tutti gli altri adolescenti che assistono a queste manifestazioni criminali, come del resto, non tutti gli adolescenti possono essere “messi alla prova” per via dei loro specifici tratti di personalità.
Quando si arriva in così tenera età a commettere determinati comportamenti in maniera intenzionale, si deve ragionare sulla loro struttura di personalità, sul fatto che stanno organizzando una condotta violenta e aggressiva che si cronicizza nel corso del tempo e diventa sempre più sistematica e persistente.
Devianza minorile: perché non si riesce a contrastare?
Si tratta di adolescenti capaci di intendere e di volere, che sanno quello che stanno facendo, che vogliono incutere paura e terrore nell’altro per affrontare i propri vuoti e le proprie paure. Ciò di cui non sono a conoscenza, è dei danni a breve e a lungo termine che creano nella vittima dei loro comportamenti divertenti solo ai loro occhi, ovviamente.
La verità è che questi adolescenti non hanno risorse interne per affrontare la vita, non hanno stimoli, ideali, ideologie, qualcosa in cui credere e qualche volta qualcosa da fare.
Tutto questo rappresenta un terreno fertile su cui rischiano di attecchire le differenti forme di devianza e criminalità, accompagnate a braccetto dalla noia, dal vuoto di valori e soprattutto dalla mancanza di punti di riferimento stabili, in primis la famiglia e la scuola.
È un problema sistemico estremamente complesso, si deve intervenire a più livelli, dal rivedere la soglia dell’impunibilità alle sanzioni, fino alla rieducazione troppo poco efficace e alla prevenzione scarsa e frazionata.
Questi adolescenti arrivano ad utilizzare anche i canali social per condividere le loro gesta in rete, come sfida aperta alle autorità, per cercare la popolarità e sentirsi ancora più potenti di quanto non si sentano già.
Tali contenuti sul web non fanno altro che fungere da rinforzo e condivisione di condotte delinquenziali.
Siamo arrivati ad un punto di non ritorno: cerchiamo di mettere cerotti e questi adolescenti continuano a sfidare le autorità, nutrendo il loro senso di onnipotenza, incuranti delle conseguenze e privi di qualunque limite.
di Maura Manca


