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Si è parlato tanto della Sindrome della capanna, della paura della ripartenza e di tutte le sensazioni di disagio, insicurezza e confusione che si provano nel fare i conti con un nuovo ritmo di vita, con i cambiamenti, con i luoghi che prima erano familiari e che oggi viviamo quasi come lontani ed estranei a noi.

Un fantasma del virus che aleggia nell’aria, un potenziale contagio ad ogni angolo della strada e l’altro visto come potenziale “untore”. Stiamo attenti a tutti i segnali di chi ci sta intorno; se per sbaglio qualcuno starnutisce, pur con la mascherina e la mano davanti alla bocca, si crea automaticamente un vuoto intorno. Reazioni automatiche di panico che indicano quanto il nostro cervello sia ormai condizionato e quanto il nostro livello di allerta sia eccessivamente alto. Questa esposizione troppo prolungata a stimoli di pericolo e di rischio per la nostra salute, ha lasciato dei segni profondi in noi adulti, ma anche nei più piccoli. Un’emergenza reale: la pandemia, accompagnata da una campagna di comunicazione basata sull’incertezza e sul terrore psicologico non ha sicuramente aiutato. Un bombardamento nel bombardamento che ha intaccato soprattutto le persone più sensibili, con meno capacità di valutazione critica e di analisi del problema, bambini compresi.

Nel momento in cui è stata data la possibilità di poter finalmente mettere il naso fuori di casa con tutte le dovute precauzioni, e respirare un po’ di aria per giovare dei benefici del sole, ci si è accorti di quanto grave fosse il problema. Molti bambini non vogliono uscire di casa, si sentono al sicuro solo dentro le mura domestiche, quell’ambiente che li ha protetti e che quindi, nella loro testa è ancora in grado di proteggerli ancora. “Mamma fuori c’è il coronavirus, non voglio uscire”. “Mamma chiudo le finestre perché altrimenti entra il virus”, nonché bambini che si lavano incessantemente le mani e che non toccano più niente che viene da fuori. Anche quando il coronavirus sarà contenuto, nelle nostre menti continuerà ad aleggiare il suo fantasma, quel mostro invisibile sempre in agguato, che ci ha spaventato tanto nei mesi precedenti e che ci spaventerà ancora. Nella testa di chi ha paura, l’unico modo per combatterlo è restare a casa perché fuori ci si ammala. “Voglio stare a casa, perché devo uscire, i miei amici li vedo in chat e con i nonni ci videochiamano sempre, perché devo uscire?”. Sono alcuni messaggi che mi hanno mandato tante mamme molto preoccupate per la salute dei propri figli. A tutto questo si somma una paura più difficile da confessare, sperimentata da tanti bambini: quella della paura della morte dei nonni. Hanno sentito più e più volte che muoiono gli anziani e quindi possono morire anche i loro nonni.

Tutte le certezze su cui erano fondate le esistenze dei bambini in gran parte sono venute meno.

La presenza dei genitori a casa, la lontananza dai nonni, il blocco di tutte le attività soprattutto quella scolastica accompagnata dal fermo delle attività sportive e tutte quelle extra-scolastiche e ludico-ricreative, la didattica a distanza, i guanti e le mascherine, un cambiamento del ritmo della loro vita, ha fatto vivere tutto questo come un’esperienza straordinaria. Il concetto di distanza da sé del pericolo, quando sono bambini, non lo hanno ancora acquisito. Noi adulti non dobbiamo ragionare con la nostra testa, ma metterci nei loro panni. Per loro è tutto più grande o più piccolo rispetto a noi. È vero che il filtro del bambino lo fa anche e soprattutto il genitore, ma la paura della malattia e della morte ha invaso le loro vite. Un aspetto che non viene erroneamente affrontato quando sono bambini, salvo per cause di forza maggiore. I bambini, in genere, vengono cresciuti in una campana di vetro, in una condizione in cui si cerca di allontanare da loro tutti i pensieri negativi.

L’effetto del distanziamento

Il contatto dà sicurezza. Quando siamo in pericolo automaticamente cerchiamo la mano di chi ci sta vicino. Quando si vive una condizione di pericolo si crea automaticamente una vicinanza fisica perché ci si sente più sicuri e più protetti. Da soli la probabilità di sopravvivere si riduce drasticamente. È un istinto naturale. La distanza aumenta quindi la diffidenza e indirettamente alimenta la percezione di pericolo. Non possiamo permettere che diventi anche isolamento emotivo e che il distanziamento si trasformi in una barriera di protezione che alimenta le nostre paure.

COME INTERVENIRE? QUALI STRATEGIE PUÒ APPLICARE UN GENITORE PER AIUTARE IL FIGLIO A SUPERARE LE PAURE?

Bisogna riportarli passo dopo passo verso una nuova normalità. I bambini più elastici mentalmente, più dinamici e più creativi, riusciranno a riadattarsi più in fretta. I bambini si riadattano velocemente se trovano le condizioni giuste in grado di aiutarli in questo processo di rielaborazione. Non si può quantificare un tempo specifico, questa fase può avere una durata differente da bambino a bambino, anzi da famiglia a famiglia, in quanto l’ambiente in cui si vive è molto condizionante. Genitori ansiosi, in allarme, trasmettono ansia e pericolo imminente, anche in maniera indiretta.

Non basta dirgli che andrà tutto bene per rassicurali, non bastano le parole, perché la nostra comunicazione è prettamente non verbale.

Si accorgono dallo sguardo che c’è paura e capiscono che non possono stare tranquilli. “Se tu che mi devi proteggere non sei tranquillo, perché lo devo essere io?”. Percepiscono la tensione dall’irrigidimento muscolare, dalla velocità dell’eloquio, dal tono della voce e dalla velocità o rigidità dei movimenti. Anche se non sembra, i bambini sono degli acuti osservatori. Se si inviano messaggi contraddittori e in contrasto tra loro tipo: “andrà tutto bene ma io sono in ansia, preoccupato e non sto tranquillo per niente”, capiscono che c’è un problema e, invece di parlare con il genitore, colmano il vuoto con la loro ipotesi, rimangono in allerta perché la situazione non è chiara e non capiscono se gli viene detta la verità.

Imparare a convivere con il coronavirus è l’unico modo per ripartire. Paola chiave?

Gradualità

Le regole da seguire ormai le conosciamo, le dobbiamo rispettare e possiamo gradualmente riprendere a vivere la nostra nuova vita. Solo così potranno ripartire anche i bambini e portarsi dentro un’esperienza particolarmente intensa, anche stressante per certi versi, ma non traumatica.

La parola chiave è GRADUALITÀ. Non servono forzature, anzi, con la costrizione si ottiene solo l’effetto contrario. Si deve partire dal togliere alcuni sistemi di sicurezza e iniziare ad affrontare la paura stessa, senza contrastarla. Bisogna abituare il cervello al nuovo. Solo agendo e uscendo dall’immobilismo psichico possiamo fargli capire che non ci dobbiamo accomodare sulle nostre rassicuranti abitudini. Bisogna partire con uscite progressive nei luoghi più familiari e conosciuti, in modo tale che capiscano, e che vedano con i loro occhi, che si può vivere con tutte le dovute precauzioni e che non ci ammala se si seguono le regole.

Bisogna farli confrontare con le loro paure e non eccedere con le rassicurazioni.

Un bambino ansioso ha bisogno di essere continuamente rassicurato, ma la rassicurazione non è la soluzione la problema e lo possiamo constatare dal fatto che chiedono e richiedono fondamentalmente sempre le stesse cose. È una tentata soluzione che placa illusoriamente l’ansia solo in quel momento, rischiando di creare un legame affettivo morboso, di andare a intaccare la loro capacità esplorativa e di portare il bambino a stare sempre vicino alla persona di protezione e di rassicurazione. La relazione tra genitore e figlio non può essere mediata dalla paura. In  questo modo il bambino rischia di rinunciare a confrontarsi con i propri limiti, il problema si può cronicizzare e incrementa la possibilità che sviluppino comportamenti evitanti, ansia, ipocondrie e anche ossessioni.

I bambini devono riacquistare fiducia nell’ambiente che li circonda, nelle proprie risorse e nelle capacità personali. Invece di dare subito soluzioni, è importante ascoltarli, farli parlare, stimolarli senza bugie, con parole idonee per il loro sviluppo che facciano vedere la realtà senza creare falsi allarmismi. Le risposte si possono trovare insieme, devono sperimentare la loro autoefficacia nell’uscire dal problema, passo dopo passo. Quando si parla con loro, non si deve sottolineare l’accento sulle persone pericolose o sui posti pericolosi, si deve porre l’accento sui comportamenti pericolosi da evitare.

I bambini, inoltre, tendono a proteggere i genitori, e a volte non esternano il loro mondo interiore per evitare di aggiungergli un ulteriore carico emotivo. Per questa ragione è importantissimo guardarli spesso dentro gli occhi. Possiamo mentire con le parole ma non con lo sguardo.

Bisogna farli disegnare, giocare, scrivere, tirar fuori ciò che hanno dentro. Si deve stimolare la loro parte creativa. La creatività attiva il cervello, aiuta a concentrarsi su altro,  è un buon antidoto contro la paura (anche per noi adulti).

Ogni bambino ha il suo tempo, però in tanti erano già molto sensibili e ansiosi prima del coronavirus. Se la paura  ha trovato un terreno già fertile e predisposto, ha messo radici profonde e in quel caso è importante confrontarsi con uno specialista per evitare che nel corso del tempo si possano sviluppare disturbi nella sfera ansio-depressiva, relazionale o somatica.

di Maura Manca