Il problema è che tante volte cambiano nel giro di pochi mesi e non danno neanche il tempo ad un genitore di adattarsi a questo cambiamento. Diventano grandi senza preavviso, si trasformano in ragazzi scontrosi e irritabili, che non vogliono più raccontare nulla e si chiudono nella propria camera, un luogo offlimits, generalmente disordinato, da cui gli adulti devono stare alla larga. “Sto bene”, “Non rompere”, “Si, lo faccio (e poi non lo fanno mai)”, “Dai ma”, “Niente (risposta a Cos’hai)”, iniziano ad essere i pezzi di frasi che pronunciano in casa, tranne ovviamente quando gli serve qualcosa o devono chiedere soldi o permessi per uscite, lì sembra che improvvisamente siano nuovamente dotati di parola.
Quando si comportano così scattano i piani di allarme e di intervento nel tentativo di riprendere il controllo della situazione che, nella maggior parte dei casi, sono fallimentari.
Le aspettative del genitore non corrispondo più a quelle del figlio, il figlio ideale, non corrisponde più quello reale, i due mondi iniziano ad andare in contrasto perchè le esigenze dell’uno sono molto diverse da quelle dell’altro. Le priorità dei figli diventano gli amici, le uscite, il corpo, i social e la scuola va in secondo piano, quelle del genitore rimangono la scuola, l’ordine, l’ubbidienza, l’aiutare in casa, il controllo sul figlio e le sue attività. Per questo c’è la chiusura, i figli non si sentono più capiti, non trovano nel genitore un alleato, si sentono giudicati e criticati e chiudono le porte. Attenzione, questo non significa che abbiano ragione, ma l’adulto non si deve abbassare al livello del figlio, non si può entrare sul ring, chi è più saggio deve gestire le cose in maniera diversa, capire quando si può mollare ed essere un pochino meno intransigenti e quando, invece, si deve mantenere il punto e fermezza, anche se dall’altra parte l’intervento non è gradito. Non si deve aver paura di mettere un paletto al figlio e nello stesso tempo non si deve aver paura di arrivare a dei piccoli compromessi e a fare dei piccoli baratti.
I ragazzi apprezzano l’eleasticità mentale dei genitore e hanno bisogno di essere monitorati, perché se vengono lasciati a briglia sciolta rischieranno di andare alla deriva.
Il fatto che siano più silenziosi o rispondano a monosillabi non vuol dire necessariamente che stanno sempre nascondendo qualcosa o che non stanno ascoltano. Tante volte, anche quando non sembra, recepiscono il messaggio, solo che non lo fanno vedere, per questo non si deve perdere la pazienza e la fiducia. Non hanno le reazioni che un genitore si aspetta e desidera, ma l’importante è che il messaggio arrivi dritto dove deve arrivare. In adolescenza, soprattutto se si tratta di argomenti delicati, è assolutamente normale che i ragazzi preferiscano parlare con amici e compagni, piuttosto che con i genitori. Si vergognano di parlare con gli adulti di determinate cose, anche perchè spesso, in precedenza, non sempre si è creato un clima in grado di accogliere anche gli aspetti più intimi e privati. Hanno pudore, anche se non sembra, e paura delle reazioni del genitore.
L’aspetto importante è che il figlio tante volte si chiude perchè percepisce che il genitore vuole essere messo a conoscenza per controllare la sua vita, per invadere i suoi spazi, per calmare la sua ansia, non perchè realmente è settato sulla voglia di comprendere la vita e il mondo del figlio.
Bisogna cambiare prospettiva
Se, ad esempio, un adolescente si sente giù per un brutto voto a scuola, ma sa che i genitori si arrabbieranno, gli diranno che avrebbe dovuto studiare di più o tireranno fuori il classico “te l’avevo detto”, non avrà voglia di parlarne. Non è vero neanche il contrario, che non vanno ripresi, che quando sbagliano non si debba dire niente, che bisogna tollerare tutto. Si deve prima di tutto calarsi nella situazione e capire cosa è successo, senza partire in quarta. Dopo che si è fatta l’analisi si prende una decisione e si interviene, senza attaccare il figlio direttamente e sulla sua persona. “Sei un nullafacente”, “Sei una delusione”, sono frasi che feriscono nel profondo anche se non lo fanno vedere. Si deve riprendere il comportamento, far capire che è come si comportano che non va bene, che è l’atteggiamento che non va bene, non che state rifiutando loro come persone.
Cosa fare per cercare di parlare con loro?
– NIENTE PANICO. Non allarmatevi subito, ma osservate i ragazzi, mostratevi disponibili all’ascolto e al dialogo, evitate di essere ancora più apprensivi o invadenti e lasciate loro del tempo per aprirsi. Non c’è sempre bisogno di dirvi tutto quello che succede, è giusto e naturale che abbiano un loro spazio personale e privato.
– NIENTE TERZO GRADO. Tempestarli di domande non vi porterà da nessuna parte, anzi si rischia di ottenere l’effetto opposto. I ragazzi non vogliono sentirsi obbligati a raccontare e si chiudono ancora di più quando sentono che il genitore insiste perché non si fida o per placare la sua ansia, e non perché è davvero interessato a loro. Il messaggio da trasmettere è che ci sono cose importanti che devono essere comunicate e di cui si può parlare, per cui aiutateli a capire cosa è prioritario e cosa no.
– ATTENZIONE ALLE VOSTRE REAZIONI. I ragazzi non parlano quando sono preoccupati delle reazioni dei genitori, hanno paura di deluderli o di non essere compresi. La difficoltà sta proprio in questo: se da un lato bisogna fare attenzione a non sminuire o banalizzare le loro difficoltà e preoccupazioni, dall’altro è importante non attaccarli o svalutarli anche se hanno commesso un errore. Ascoltateli, lasciate che vi spieghino cosa è successo e come si sentono, aiutateli a riflettere su ciò che vivono e a trovare soluzioni personali.
Mantenete la calma anche quando non siete d’accordo: la sensazione che i genitori facciano “una tragedia” anche di fronte a situazioni semplici, rischia di innescare solo ulteriori litigi e chiusure. Se hanno sbagliato e avete spiegato le conseguenze di un errore, non rinfacciategliele di nuovo, ma dite loro che, anche se non siete d’accordo li capite; si sentiranno compresi e non avranno paura di confidarsi.
di Maura Manca


