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Bambini e ragazzi, dopo mesi di chiusura e lontananza dalle aule scolastiche, hanno finalmente ripreso le loro attività quotidiane, pur dovendo affrontare numerosi cambiamenti e adattarsi a nuove regole dettate dalla realtà che stiamo vivendo. Per molti di loro, però, tornare in classe può rappresentare una preoccupazione e una fonte di stress e difficoltà.

Soprattutto a scuola, infatti, si creano facilmente dei piccoli gruppi dove ognuno interagisce con la cerchia di coetanei con cui si trova meglio, che reputa più simpatici o con i quali sente di avere maggiore affinità. Questo è più che normale, ma può anche capitare che ci sia qualche compagno che viene escluso dal resto della classe, non viene coinvolto nei giochi o nelle conversazioni.

Alla scuola primaria, ad esempio, può capitare che un gruppo di bambini escluda qualche compagno, anche con frasi come “tu non giochi con noi”, mentre alle scuole secondarie tra gli adolescenti può scattare l’estromissione solitamente verso chi ha caratteristiche ritenute diverse, è meno alla moda o è il più bravo a scuola.

Se in un primo momento possono sembrare “bambinate” o “ragazzate”, è sempre bene osservare e approfondire.

Queste dinamiche possono provocare sofferenza e andare ad intaccare l’autostima di bambini e ragazzi che, se già sono in una condizione di fragilità, subiscono senza essere in grado di cambiare la situazione.


Perché succede?

Oggi viviamo in una società basata sempre più sulla competizione, sulla pressione sociale e anche social: c’è troppo individualismo e poca collaborazione e non si favorisce l’acquisizione di adeguate competenze relazionali.

Il “poter contare sull’altro” sta venendo un po’ meno. Manca il senso di gruppo, dal gruppo classe, al gruppo sportivo, a qualsiasi gruppo circoscritto ad una specifica attività.

Già da quando sono piccoli, possiamo vedere come alcuni bambini siano meno tolleranti e facciano fatica a mettersi nei panni degli altri: in questi casi la competizione sana si trasforma in prevaricazione, insieme ad una ricerca del primeggiare e si arriva più facilmente a dire “tu non giochi con noi”, soprattutto se il compagno è più chiuso e timido.


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Quando i figli vengono esclusi dai compagni, cosa fare per aiutarli?

1. NON SMINUIRE, NE’ DRAMMATIZZARE. È importante prima di tutto non sottovalutare la situazione, ma accogliere e comprendere le loro emozioni: facciamogli capire che immaginiamo la rabbia e il dispiacere che stanno provando, magari raccontando qualche esperienza personale di quando si era piccoli, così che possano sentirsi compresi. Bisogna però anche evitare di andare in ansia, avere reazioni esagerate o drammatizzare la situazione, altrimenti si rischia di appesantire ancora di più il loro vissuto emotivo. È importante trasmettergli sostegno e rassicurazione.

2. ATTENZIONE A NON ETICHETTARLI. Dire continuamente, anche davanti ai figli stessi o ad altre persone, che sono timidi e non sanno integrarsi, non fa altro che influenzare il loro comportamento, andando a confermare questa aspettativa genitoriale. Categorizzare un figlio è sempre sbagliato, perché presuppone che “tanto ormai lui è così”, senza contare che il vostro atteggiamento rischia di essere vissuto come una critica che andrà a rinforzare la timidezza stessa e ad intaccare la sua autostima.

3. NON SOSTITUIRSI A LORO. Bisogna evitare di intervenire sempre in prima persona, andando a parlare con i compagni di scuola o i loro genitori perché, a meno che non si tratti di episodi gravi di prepotenza, per cui è importante l’intervento degli adulti e della scuola, si rischia di trasmettere ai figli il messaggio che non sono in grado di affrontare la situazione, facendoli sentire ancora più insicuri. Una volta compreso il problema, sarebbe meglio sostenerli, aiutandoli a trovare delle strategie per farvi fronte.

4. AIUTARLI A TROVARE DELLE STRATEGIE. Il genitore può sicuramente creare il terreno fertile per il dialogo, così che i figli raccontino cosa sta succedendo, come si sentono e farli riflettere su cosa potrebbero fare di diverso per far fronte alla situazione, piuttosto che subirla passivamente. È importante che siano loro a trovare delle possibili vie di uscita così da acquisire più autoefficacia e sicurezza. Si possono anche spronare i figli e rendersi disponibili per invitare a casa qualche loro compagno per facilitare le interazioni e i rapporti.

5. SOSTENERLI NEL FAR FRONTE AL RIFIUTO. È bene far capire al figlio come avvengono certe dinamiche di gruppo, che non sempre si viene accettati da tutti e che può capitare di vivere delle esperienze negative. Inoltre, così come alcuni compagni ora non hanno voglia di giocare o parlare con lui, sarà successo anche a lui di non voler interagire con qualche suo coetaneo. Può essere utile farlo riflettere su alcune situazioni così da trarne un insegnamento: ad esempio, capire che quel compagno non è un vero amico o che ci sono degli atteggiamenti che lui stesso può modificare per migliorare i rapporti con i coetanei.

Se notate che col tempo vostro figlio è sempre più chiuso, non ha amici, ha una bassa autostima e tende a restare sempre in disparte a scuola, allora è il caso di intervenire facendosi magari aiutare anche da un professionista, prima che il disagio diventi troppo invalidante.

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