Le nostre parole sono lo specchio in cui gli adolescenti costruiscono la loro immagine. Come Osservatorio Adolescenza, abbiamo incontrato migliaia di ragazzi.
Le frasi che sentiamo ripetere più spesso non sono sfoghi di ribellione, ma ferite ancora aperte:
• “Non crede in me.”
• “Vede solo i miei difetti.”
• “Tanto pensa che io non sia capace di fare nulla.”
⚠️ Questo, spesso, è il peso di ciò che diamo per scontato.
Oggi, poi, i ragazzi cercano risposte nelle chat di intelligenza artificiale, programmate per tenerli incollati allo schermo e rispondere con le modalità che piacciono al nostro cervello.
Attenzione alle parole usate con i più giovani. Diamo troppe cose per scontate: anche quando sembra che le critiche rimbalzino loro addosso, in realtà li feriscono nel profondo. Questo vale anche per noi adulti, ovviamente.
Gli adolescenti sono in una fase di estrema vulnerabilità neurobiologica. L’identità è in costruzione, il senso di sé non è ancora solido e si definiscono attraverso lo sguardo di chi riconoscono come figura di riferimento affettivo.
Oltre a notare i difetti, perché altrimenti finiranno per identificarsi solo con quelli, iniziate a cercare i loro punti di forza da valorizzare: le parole sono “comandi” per il nostro e per il loro cervello. Educare significa scegliere con cura le parole e le azioni con le quali costruiranno la loro identità. Abbiamo un potere enorme, non servono pozioni magiche.
Ecco perché, come Osservatorio Adolescenza, realizziamo laboratori pratici con strategie quotidiane per genitori e insegnanti. Dobbiamo imparare a usare le nostre risorse interne per tirar fuori le loro.
Visto che le nostre parole sono lo specchio in cui i ragazzi si riflettono, la domanda da farci è: lo specchio che mostriamo loro, cosa rimanda? Se rimanda solo difetti o critiche, quella diventerà la loro realtà.
Tutti noi adulti, ognuno nel proprio ruolo, abbiamo un compito: educare, fornire strumenti e far emergere le risorse interiori dei ragazzi. Come comunità educante, per contrastare la rete dobbiamo “fare rete” e muoverci con conoscenze comuni.
Non limitiamoci a osservare ciò che non va.
Il nostro ruolo è:
• Fornire uno specchio pulito, dove possano vedersi capaci e degni di fiducia. Per farlo, noi per primi non dobbiamo essere annebbiati e dobbiamo agire con coerenza.
• Cercare i punti di forza, non solo i limiti, per scovare quelle risorse nascoste e aiutarli a tirarle fuori.
• Validare la persona. Separiamo l’errore dal valore dell’essere umano, anche quando sbagliano o ci fanno arrabbiare. È difficile, ma insegna loro a reagire in modo diverso alle difficoltà. Evitiamo il “tu sei così” e parliamo dei comportamenti specifici.
Dobbiamo passare dal “perché” lo fai (che scava nel passato in cerca di colpe) al “come” e al “cosa” (che orientano verso il futuro e la soluzione). In questo modo li portiamo a ragionare su come agire.
Per esempio: se si intestardiscono su qualcosa per difendere un’idea, invece di puntare il dito sulla testardaggine, ribaltiamo la situazione. Facciamo notare che possiedono una grande determinazione e che questa forza fa parte di loro. A quel punto la domanda diventa: “Come possiamo usare questa determinazione per raggiungere l’obiettivo X o Y (metti tu quello giusto per te)?”
Credi nel potere trasformativo delle parole e delle azioni?
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di Maura Manca


