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Ci sono genitori che scambiano la violenza con l’educazione. Vivono nella convinzione che picchiare i figli sia un metodo educativo efficace per ottenere disciplina e rigore. Sono tantissimi i figli che subiscono violenze ripetute da parte dei genitori, che vengono picchiati in malo modo, riempiti di lividi, anche con bastoni e altri utensili presenti in casa, senza magari aver commesso chissà quale “reato”. Questa non è educazione, per favore, tra educazione e violenza, c’è molta differenza, e soprattutto sono due comportamenti che hanno degli esiti a breve e a lungo termine da un punto di vista comportamentale, psicologico, relazionale e sociale, decisamente diversi. Stiamo parlando di malmenare, picchiare, attaccare il figlio, non di uno schiaffo che può scappare in un momento di rabbia, al quale si può riparare. Non è una tantum che crea il problema o un trauma: è la ripetitività, la vicinanza, la gravità e l’ambivalenza. Ambivalenza intesa come: non riesco a capire quando scatterai. Magari un giorno o un momento, tu genitore, sei anche tranquillo, e poi basta un niente, che cambi umore, anche repentinamente.

Per un bambino l’incoerenza educativa e l’ambivalenza genitoriale sono devastanti.

È indubbio che un bambino che vive nella paura delle reazioni violente di un genitore, botta dopo botta, arriva a non comportarsi più in un determinato modo, a inibire i suoi istinti e a rigare come un soldatino. Ma non lo fa perché ha compreso, lo fa per paura e per autotutela.

EDUCARE deriva dal verbo latino educĕre (cioè «trarre fuori, “tirar fuori” o “tirar fuori ciò che sta dentro”), derivante dall’unione di ē– (“da, fuori da”) e dūcĕre (“condurre”). Il vocabolario Treccani intende per educazione, quel comportamento finalizzato a promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali e delle qualità morali di una persona.

Comportarsi in modo violento con la scusa di educare significa crescere un bambino che ha paura di chi dovrebbe proteggerlo, che soffre per il dolore inferto da chi lo dovrebbe amare, che si deve tutelare da chi dovrebbe tutelarlo, che non vive la sua infanzia per la paura delle reazioni di chi scarica la propria violenza, frustrazione e non elaborati su un bambino indifeso con la scusa di educarlo.

Un genitore dovrebbe essere un esempio di vita. Questo è educare: trasmettere valori, benessere e amore, con  regole e confini, ovviamente. Si possono mettere i paletti anche senza essere violenti. Essere genitori severi e mettere le regole, non significa essere “cattivi”, ma nessun comportamento di un figlio può giustificare questo tipo di violenza.