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Perché un adolescente rimane immobile a filmare un treno in corsa o una situazione di pericolo estremo invece di scappare? La cronaca ci consegna immagini che sembrano sfidare l’istinto di sopravvivenza. Ed è decenni che studio le risposte del cervello umano, soprattutto dei ragazzi, in queste situazioni.

Se entriamo nella testa di un adolescente e analizziamo il suo cervello attraverso la lente delle neuroscienze, possiamo vedere che non esiste un nesso di causa ed effetto, ma la somma è l’interazione di tanti fattori. Questo comportamento è anche il risultato di un “sequestro neurale” dove la maturazione cerebrale, la percezione del rischio, il ruolo dei pari, l’iperprotezione genitoriale e lo schermo dello smartphone giocano un ruolo determinante.

 

Il cervello adolescente è caratterizzato (anche) da uno sfasamento temporale nello sviluppo prettamente di questi due sistemi:

– Il sistema socio-emotivo, che è motore e acceleratore del cervello. È un’area estremamente sensibile alla dopamina, cerca gratificazione sociale e novità. Nei ragazzi che filmano, la ricompensa simbolica (il “like”, lo status nel gruppo) attiva questo sistema più di quanto il pericolo attivi i centri della paura. In più, numerosi studi scientifici, dimostrano quanto cambi la percezione del rischio in contesti di gruppo, ludici, rispetto al trovarsi da soli.

– Il sistema legato al controllo cognitivo, che troviamo prettamente nella corteccia prefrontale e rappresenta una sorta di freno. È l’area maggiormente deputata alla valutazione delle conseguenze, ed entra in gioco nella valutazione dei rischi e dell’inibizione degli impulsi; completa la sua maturazione solo verso i 25 anni. I nuovi studi scientifici parlano anche dei 30 anni.

 

L’iperprotezione favorisce l’atrofia della corteccia prefrontale

La neuroplasticità ci insegna che i circuiti cerebrali si rafforzano con l’uso. Quando i genitori si sostituiscono costantemente alle funzioni esecutive dei figli (“fai così”, “stai attento”), impediscono alla corteccia prefrontale del ragazzo di allenarsi. Senza l’esperienza del “piccolo rischio” reale, il cervello non sviluppa gli algoritmi necessari per calcolare il pericolo.

In emergenza, la sua centralina decisionale è impreparata a processare le variabili fisiche, portandolo a una paralisi o a una valutazione iper-razionale quanto errata della realtà.

 

 

Attenzione all’effetto anestetico dello schermo dello smartphone e ai bias cognitivi

La percezione del rischio è mediata, invece, prettamente dall’insula, che traduce i segnali corporei (tachicardia, tensione) in sensazioni emotive. Quando il ragazzo osserva la scena attraverso lo smartphone, si verifica una sorta di dissociazione somatica.

Lo schermo fa da filtro, distanzia, altera e il pericolo viene processato come un contenuto visivo, ma non attiva l’allarme bio-fisiologico. Senza il “nodo allo stomaco”, senza la percezione del pericolo, il corpo rimane fermo perché il cervello non “sente” la minaccia diretta e pensa che non possa capitare a lui o che ci sia il tempo.

 

In assenza di paura, il ragazzo calcola il rischio in modo freddo e pensa di avere il tempo di finire il video. Questa logica astratta ignora la complessità della vita reale (un inciampo, un errore di riflesso) perché il cervello, cresciuto sotto una campana di vetro, ha perso il contatto con la nostra fragilità sia fisica che emotiva.

Per salvare i ragazzi dalla distorsione dello smartphone, dobbiamo permettere alla loro corteccia prefrontale di misurarsi con la realtà senza filtri né digitali, né genitoriali.

L’iperprotezione può atrofizzare i riflessi e lo smartphone anestetizzare la paura con il rischio di trasformare un pericolo mortale in una semplice inquadratura, dimenticando che, fuori da un contenuto da postare, la vita non ha il tasto replay.

 

di Maura Manca

 

*La foto di copertina è stata generata con l’uso di intelligenza artificiale